Storia
Storia del Diafanoscopio
Nella prima metà del 1900 i raggi X colpivano lo strato che emetteva luce ed il radiologo, di fronte al paziente (ed al fascio di radiazione), osservava quanto visibile sul vetro. Date le quasi nulle protezioni dalle radiazioni, questo procedimento generò molti casi di morte tra i radiologi.
La situazione migliorò notevolmente con l’uso di film fotografici messi a contatto con il paziente, all'interno di speciali contenitori che nascondevano il film alla luce. Impressionati dai raggi X, tali film (lastre) venivano poi sviluppati tramite un procedimento fotografico. Questo permetteva al radiologo di osservare con calma la radiografia, senza problemi di radiazione, su uno schermo illuminato in modo uniforme (negativoscopio o diafanoscopio).
Nella seconda metà del 1900 vennero introdotti schermi da parte della francese Dupont, in grado di convertire i raggi x in luce: se posti a contatto con il film, dopo lo sviluppo, si aveva una radiografia, che da un lato era un po’ meno definita nei dettagli, ma che in compenso permetteva di avere un’immagine con una dose di radiazioni ridotta.
Negli anni ’60 la situazione è ulteriormente migliorata, con l’introduzione di schermi alle Terre Rare (Ossisolfuro di Gadolinio) da parte dell’italiana Ferrania: l’efficenza aumentò e la dose di radiazioni per esame fornita al paziente diminuì.
Ulteriori perfezionamenti riguardarono sia l’aumento della qualità dell’immagine che l’aumento dell’efficenza, portando questi sistemi vicini al limite tecnologico. Negli anni precedenti il 2000 entrarono in radiologia i sistemi digitali, come la tomografia assiale computerizzata (CT o TAC), la radiografia computerizzata (CR) e la radiografia digitale.
Il medico dei nostri giorni vive in diretta il passaggio epocale della vecchia lastra per immagini al dischetto informatizzato.
Il nuovo presidio informatico è nato senza “culla” dove poter crescere.

